Il fallimento di Thomas Cook rappresenta la fine di un’epoca. Quella delle agenzie di viaggio che pensano a tutto, dei tour operator full optional e degli all inclusive stabiliti a tavolino guardando negli occhi l’agente turistico di turno.
Le cause del fallimento di Thomas Cook
Thomas Cook è fallito (lasciando a terra oltre mezzo milioni di turisti in tutto il mondo dalla sera alla mattina) perché non è stato in grado di aggiornarsi e di stare al passo con i tempi. La digitalizzazione dell’intero sistema globale ha imposto ai settori più disparati di mettersi al passo coi tempi e di rispondere con le giuste strategie di marketing al cambiamento in atto.
Anche il settore turistico è stato interessato dal complesso fenomeno del digital e la maggior parte dei tour operator ha ceduto alla pressione di colossi come Booking ed Expedia che muovono da soli 60 milioni di turisti in totale autonomia.
Non solo: anche le compagnie low cost stanno promuovendo in maniera massiccia la vendita di biglietti aerei abbinati ad alberghi, noleggio auto e spostamenti in loco e la convergenza di tutti questi fattori ha determinato il fallimento di colossi mondiali quali i tedeschi Wave Reisen, Galavital e H&H Touristik o la francese Aigle Azur per non parlare di The Holiday Place o, naturalmente, Thomas Cook.
In Italia a soccombere sotto il peso del nuovo che avanza sono state Viaggi del Ventaglio, Valtur (poi rinata con nuova proprietà), ma anche Teorema, Eurotravel, Rallo Viaggi, Orizzonti.
Le conseguenze sul settore turistico europeo
Il fallimento di Thomas Cook, però, per la portata e per la mole di turisti che il tour operator ha sempre mosso, ha avuto un’eco enorme determinando un effetto a cascata sull’intero settore turistico europeo.
Alberghi, ma anche ristoranti, cocktail’s bar, stabilimenti balneari, società che organizzano escursioni, fotografi e scuole sportive rischiano di non poter più far quadrare i propri conti a causa del fallimento del tour operator tanto più che una delle caratteristiche di Thomas Cook era quella di essere sempre in piena attività 12 mesi l’anno permettendo a chi vive di turismo di andare avanti anche in bassa stagione.
Dopo aver realizzato i rimpatri dei turisti rimasti a terra a fine settembre è ora tempo di bilanci e gli operatori del settore stanno cercando di capire quanto la perdita dei turisti mossi da Thomas Cook graverà sui bilanci delle rispettive attività.
Chi patisce di più del fallimento di Thomas Cook
Tra i Paesi che più soffrono e soffriranno del fallimento di Thomas Cook c’è di sicuro la Grecia dove il Governo ha stimato perdite nel settore che si aggirano intorno ai 500 milioni di euro l’anno. C’è poi l’Italia con l’allarme di Federalberghi che ha sottolineato come decine di hotel vantano crediti con il tour operator britannico per centinaia di migliaia di euro.
In Bulgaria si parla del fallimento come di uno tsunami per il settore. “Il fallimento avrà un effetto tsunami sul turismo bulgaro”, ha detto alla radio pubblica il Direttore dell’Istituto bulgaro di analisi sul turismo, Rumen Draganov. Thomas Cook organizza vacanze in Bulgaria per circa 300mila turisti inglesi e tedeschi all’anno.
A Cipro il gruppo rappresenta il 4,1 per cento del traffico annuale degli aeroporti ciprioti.
In Spagna oltre 500 alberghi rischiano di chiudere subito a causa dell’impossibilità di riscuotere i crediti di Cook.
Juan Molas, capo della Confederazione spagnola di hotel e alloggi turistici ha di recente dichiarato: “Ci sono oltre 200 milioni di euro di bollette non pagate. Degli hotel destinati alla chiusura immediata, 100 dipendono esclusivamente da Thomas Cook, mentre gli altri contano sulla società britannica per una percentuale che va dal 30 e al 70 per cento dei loro clienti. Un albergo a Fuerteventura, il secondo più grande delle Isole Canarie, aveva recentemente subito una ristrutturazione per 20 milioni di euro e ora è destinato a 700 camere che saranno vuote dal 7 ottobre e 200 dipendenti che potrebbero perdere il lavoro”




